Idee (falsamente) romantiche

Essere fotografa: gioie e dolori

(dei piedi soprattutto)
Mi chiama una cliente il 30 dicembre e mi convoca per il giorno dopo. Sono a Roma, non ho impegni, mi promette un buon compenso – per il disturbo, dice – e anche un caffè a Ladurée. Come dirle di no?

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Appuntamento a Piazza di Spagna

Fissiamo l’incontro per le undici e trenta davanti Babingtons. Il meteo non è dei migliori, ma per chi fotografa è sempre meglio la luce omogenea di un cielo coperto piuttosto che la luce diretta del sole che crea mille ombre indesiderate. Arrivo con 3 minuti di ritardo e immediatamente le mando un messaggio. Lei replica affermando di essere ugualmente in affanno per il traffico. Si presenterà cinquanta minuti dopo.

I ferri del mestiere

Per evitare di congelarmi comincio a camminare attorno alla piazza. Roma brulica di turisti, quasi si fa fatica a spostarsi. La borsa mi pesa: la fotocamera e i due obiettivi al seguito non sono leggeri, sicché,  per evitare di trasformarmi nel gobbo di Notre-Dame, decido di estrarre la macchina e comincio a fare un po’ di foto qua e là cercando di farmi venire qualche idea per lo shooting. Ma tanto so già che la cliente vorrà solo una serie di foto da postare su Instagram: lei con gli occhi sognanti che guarda la scalinata di Trinità dei Monti, lei davanti la vetrine delle grandi firme, lei che osserva la tazzina del caffè come se non ne avesse mai vista una prima.

Sorpresa!

Ladurée ha chiuso. Definitivamente. Restiamo sconcertate. Perdiamo ulteriormente tempo per capirne i motivi su Internet. E intanto è quasi ora di pranzo. Durante il tragitto ho già fatto qualche scatto senza che la cliente se ne accorgesse. Questi me li boccerà di sicuro: non è il mio profilo migliore! No primi piani! No scatti dal basso… No, no,no… Torniamo da Babingtons e finalmente posso riposare i piedi e le spalle qualche minuto. Lei si mette in posa, boccucce e sguardi penetranti. Le dico, scherzando, che per questo genere di foto forse le sarebbe bastato il cellulare, lei ride e non coglie la provocazione.

400 shoot più uno

Il resto della giornata prosegue fluido. Passeggiamo, pranziamo, e intanto la ritraggo in continuazione. Alla Rinascente incontra una sua amica e l’entusiasmo raggiunge un picco stratosferico, tanto che mi coinvolgono per un selfie a tre. Andiamo a rivedere lo scatto e scorgiamo un simpaticone sullo sfondo che sorride a 64 denti e sfoggia entrambi i pollici all’insù. Scoppiamo a ridere fragorosamente. Poi la mestizia mi assale, Gerda Taro si rivolta nella tomba e già penso che i miei quattrocento scatti finiranno nel dimenticatoio in favore di uno stupido errore fotografico. 

Perché lo faccio? Perché il mal di piedi viene ampiamente ricompensato non tanto dai soldi quanto dalle risate. E poi ancora cerco quel punto di rosa cupo che si vede in certi tramonti romani, impossibile da raccontare, impossibile da replicare.

 

2 Comments

  1. Bello il racconto, e bello lo spirito con il quale affronti la parte (forse) più’ noiosa del tuo lavoro … son solo stupito dai 400 scatti: le volte che ho fatto della fotografia la mia professione (mercenaria o pro-bono), non sono mai arrivato oltre il centinaio di immagini in una giornata. Ti e’ toccata una 3-giorni di editing? 🙂

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